Pietro Metastasio.
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L'ASILO D'AMORE.
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Curatore: Bruno Brunelli.
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TRATTO DA: Tutte le opere di Pietro Metastasio. Volume 2.
1947. Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Festa teatrale scritta da Pietro Trapassi detto Metastasio in Vienna l'anno 1732, ed eseguita alla presenza de' regnanti con sontuosa magnificenza la prima volta con musica del Caldara nella gran piazza di Linz, capitale dell'Austria superiore; dove trovandosi allora con tutta la cesarea corte l'imperator Carlo sesto per ricever l'omaggio di quella provincia, si festeggi il 28 d'agosto, giorno di nascita dell'imperatrice Elisabetta, per comando dell'augustissimo consorte.
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L'AUTORE.
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Pietro Metastasio (3 gennaio 1698, Roma - 12 aprile 1782, Vienna), pseudonimo di Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi,  stato un poeta, librettista, drammaturgo e presbitero italiano.  considerato il riformatore del melodramma italiano.
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INTERLOCUTORI:
VENERE.
AMORE.
PALLADE.
APOLLO.
MERCURIO.
MARTE.
PROTEO.
CORO DI GENI.
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La scena si finge presso le sponde di Cipro.
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All'alzar della tenda comparir una piccola scena rappresentante la parte interna d'un antro incavato nelle viscere d un monte senza soccorso dell'arte. Le reti, le nasse ed altri simili arnesi che penderanno d'intorno, faranno conoscere che il luogo  soggiorno di pescatori. Saranno i sassi che lo compongono ricoperti di musco e d'edera bagnati da diverse acque che, stillando dall'alto, o grondano a guisa di pioggia, o scendono serpeggiando fra le ineguaglianze de' medesimi. Non sar il luogo rischiarato da altro lume se non da quello che, penetrando debolmente per alcune rotture dell'antro, non giunge ad introdurvi il giorno, ma basta a discacciarne la notte.
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Venere, ed Amore in abito da pescatore.
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VENERE: Figlio, mia Forza e mia Unica gloria, unico ben, che fai? Fuggi, ah fuggi. Non sai Che tutto a' danni tuoi congiura il Cielo? Quante volte tel dissi: Adopra, Amore, Adopra co' mortali L'arco, gli strali, e non turbar gli di? Perch fanciullo sei. Molto da te si  tollerato; e tutto Ti credesti permesso, Finch l'audacia tua giunse all'eccesso.
Che farai, se la schiera Degl'irritati di Ti scopre, ti raggiunge, e innanzi a Giove Prigionier ti conduce? Onde soccorso, Onde speri difesa? Ognun si lagna Di qualche oltraggio antico: E il tuo giudice istesso  tuo nemico. Deh toglimi al tormento Di vederti punir! Da queste sponde Corri lungi a celarti; Salvati, o figlio: eccoti un bacio, e parti. Ma tu mi guardi e ridi? In questa guisa Schernisci il mio timore? Ah quel riso crudel degno  d'Amore.
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AMORE: E chi vuoi che ravvisi In queste spoglie un dio? Deposte ho l'ali, Non ho benda sul ciglio; al fianco appese In luogo di faretra Porto l'umide nasse; e, d'arco in vece, Stringo la canna e l'amo. In tal sembiante Di Cipro un pescatore Dovr credermi ognun, ma non Amore.
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VENERE: Fosti, da che nascesti, Sempre incauto cos. Qualunque velo Ti par che basti a trasformarti: e poi Ogni giorno succede Che ti credi nascosto, e ognun ti vede.
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AMORE: E ben, fuggasi: io voglio, Bella madre, ubbidirti. A tuo talento Regola la mia fuga. Ove sicuro Nascondermi potr?
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VENERE: Cerca una schiera Di ninfe e di donzelle: Confonditi fra quelle; abito e volto Simula a lor conforme; orna e componi Di modestia e ritegno I tuoi sguardi, i tuoi moti, il tuo sembiante.
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AMORE: Madre, sar scoperto al primo istante.
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VENERE: Perch?
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AMORE: Queste non sanno Celarmi un sol momento. Con cento segni e cento, Sol ch'io lor m'avvicini, Mi palesano a tutti. Una loquace, L'altra muta divien: questa sospira. Quella a' furtivi sguardi Volge incauta le ciglia; Chi pallida diventa e chi vermiglia.
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VENERE: Fra' giovanetti avrai Dunque asilo pi certo. E chi potrebbe Distinguerti fra tanti Pari a te ne' sembianti. Nel genio e nell'et? Come tu sei, Instabili e vivaci Son questi ancora; e alternan d'improvviso E le guerre e le paci, e il pianto e il riso.
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AMORE: Ma soffrirmi non sanno N amico n tiranno. O de miei sdegni Si lagnano imprudenti, o de' miei doni Trionfano indiscreti.  vano, o madre, Lo sperar che si trovi, Per ridurli a celarmi, arte che giovi.
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VENERE:  ver. L'et matura Compagnia pi sicura  per la fuga tua. Fra gente immersa Nelle cure d'onor, che ha bianco il crine, Freddo il cor, crespo il volto, austero il ciglio: Che d'anni e di consiglio, Che di saper, d'esperienza abbonda, Nessun dubiter che Amor s'asconda.
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AMORE: Quel severo costume Conservar non potranno In compagnia d'Amor. L'arido legno Facilmente s'accende, E pi che i verdi rami avvampa e splende.
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VENERE: Potresti... Aim, s'appressa Degl'irritati di lo stuol temuto: Figlio, Amor, sei perduto.
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AMORE: Ecco il riparo. Le deitadi offese Tu corri ad incontrar: simula sdegni Contro di me, le lor querele ascolta, Detesta i miei delitti, Esamina le pene; e tanto a bada Tieni ad arte i nemici, infin che altrove Io fugga ad occultarmi.
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VENERE: E come? E dove?

AMORE: Lasciane a me la cura. Sapr senz'altra guida Ritrovarmi un asilo: a me ti fida.
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VENERE: Vorrei di te fidarmi; Ma per usanza antica Inteso ad ingannarmi Io ti conosco. Amor. Se t'accarezzo amica, Tu mi prepari un laccio; Se ti raccolgo in braccio, Tu mi ferisci il cor. (parte)
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AMORE: Anime innamorate, Dall'ardor che vi strugge Respirate una volta: Amor sen fugge. Come! V' chi sospira Al mio partir! Dunque la vita amara Vi par senza di me? Pena, tormento Son nomi miei quando con voi dimoro: Quando parto da voi, pace, ristoro? Se Amor l'abbandona, Ogni alma si lagna; Se Amor l'accompagna, Contenta non . Di chi vi dolete, Se viver felici N meco sapete, N senza di me? (parte)
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Finito il prologo con la partenza d'Amore, sparisce l'antro e si scuopre la reggia di Venere piantata sul mare, vicino alle sponde di Cipro. Tutti gli ornamenti, statue e bassi rilievi dell'edifizio saranno figure rappresentanti istorie di Venere e d'Amore, o simboli esprimenti le loro qualit. Innanzi alla reggia suddetta sopra nuvole e carri proporzionati a' caratteri si vedranno Apollo, Marte, Pallade e Mercurio, ed incontro ad essi Venere seduta nella sua conca e tirata dalle colombe. Le Grazie e gli Amori seguaci di Venere vedransi variamente situati nella sua reggia, ed i Geni seguaci dell'altre deit saranno appresso alle medesime vagamente disposti.
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CORO DI GENI: Chi sa dir che fu d'Amore? Chi palesa Amor dov'?
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PALLADE e MERCURIO: Folli amanti, ah voi tacete E serbar la f volete A chi mai non serba f?
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CORO DI GENI: Chi sa dir che fu d'Amore? Chi palesa Amor dov'?
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APOLLO E MARTE: Belle ninfe, ah v'ingannate, Dal crudel se mai sperate Ottener qualche merc.
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CORO DI GENI: Chi sa dir che fu d'Amore? Chi palesa Amor dov'?
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MERCURIO: Venere, a Giove innanzi Venga il tuo figlio. Io del supremo cenno Son portator. De' suoi delitti ormai Renda ragion. Dov' l'odio de' numi?
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MARTE:   Il velen d'ogni core,
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APOLLO: Amor dov'?
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PALLADE: Dove s'asconde Amore?
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VENERE: Nol so. Scherzando meco Sul margine d'un fonte, o a caso o ad arte Poc'anzi mi fer. Pronta a punirlo Lo sgridai, lo ritenni: a un verde mirto Con la sua benda istessa Annodarlo io volea; quando il fallace. Che perdono e piet chiedeva in vano, Scosse le piume e mi fugg di mano.
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PALLADE: Dunque altrove si cerchi.
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VENERE: Ah no: fermate. Ei torna a queste soglie Per uso ogni momento, o la faretra A riempir di strali, o della face L'estinta fiamma a risvegliar; n altrove  facile incontrarlo.
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APOLLO: Il suo ritorno Sar miglior consiglio Che qui s'attenda.
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VENERE: Ecco sicuro il figlio.
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PALLADE: Ma voi, miei fidi, intanto A rintracciar correte Qual nascosto del mondo angolo serra Il tiranno del cielo e della terra Se l'orgoglioso Trovar bramate, Dov' riposo Non lo cercate, N dove alberga La fedelt. In qualche petto, Nido d'inganni, In qualche core Pieno d'affanni Quel traditore S'asconder.
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VENERE: (Il materno timore Gi si rinnova in me).
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coro di geni Chi sa dir che fu d'Amore? Chi palesa Amor dov'?
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VENERE: Il vostro sdegno, o numi, Risveglia il mio. Mille ragioni avrei Anch'io per accusarlo, e mi ritiene La materna piet. Per irritarmi Dite, ditemi voi Le vostre offese, e di qual colpa  reo.
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APOLLO: Di mille. Ei pi malvagio Ogni giorno si fa.
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PALLADE: Tutto sossopra Sconvolge l'universo.
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MERCURIO: Insulta i numi, Tiranneggia i mortali.
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MARTE:  E quasi ormai Regola a suo piacere Della terra il governo e delle sfere.
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APOLLO: A me la cetra mia Temerario invol. La cetra avvezza A rammentar fra voi Le grand'opre de' numi e degli eroi, Era all'anime eccelse E stimolo e mercede; e in man d'Amore  ministra dell'ozio, Del valor seduttrice; e se una volta Risonar non sapea che Alcide e Achille, Or non sa celebrar che Irene e Fille. Che pi? Fra il coro istesso Delle pudiche Muse S'inoltr, si confuse, e d'Elicona Il decoro fug. L'eroica tromba D'avvilir pi non sdegna La superba Calliope a' folli amori. Intreccia i molli scherzi Al sacro orror del tragico coturno Melpomene severa.  fatta legge L'insania universale; e se si trova Chi saggio il cor di conservar si vanti. Stolto si fa, per non parerlo a tanti. Non v' chi pi sdegni Del mirto le fronde, N voce che insegni Le strade d'onor. Turbate son l'onde Del saggio Ippocrene, E Apollo diviene Ministro d'Amor.
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MARTE:  Chi crederia che questo Temerario fanciullo anche fra l'armi Ardisse penetrar? L'ire feroci, Le strepitose voci D'oricalco guerrier punto non teme. Scorre in mezzo alle schiere; Chi accende, chi ferisce; Ad uno il senno, all'altro il cor rapisce. Tutti veggo cambiar. Sud quel forte A cimento la morte; or trema innanzi Alla belt che divent suo nume. Chi le temute piume Svelle dall'elmo, ed a vergar le adopra Molli sensi d'amore. Altri con l'asta, Destinata a ferir, su' tronchi imprime Il nome del suo bene. Eroica impresa Sembra al guerriero il superar co' vezzi La durezza d'un core; e, quando ha vinto Ne trionfa lo stolto, Come se avesse appunto Siracusa espugnata, arsa Sagunto. Prima odiava l'oziosa dimora: Or, se tromba dal sonno lo desta, Odia il giorno, detesta l'aurora Avvilito l'amante guerrier. Gi sognava battaglie, ruine: Ed or sogna quel volto, quel crine, Quelle ciglia che apprese a temer.
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MERCURIO: Se dell'armi il decoro Marte difende, io non difendo meno Gli ornamenti di pace Che mi rapisce Amor. Fur le bell'arti Commesse al mio governo; io le educai, E, merc la mia cura, Spesso vinta da lor ced natura. Non gli obelischi e gli archi Fino al ciel sollevati, i marmi impressi, Gli animati metalli ultimi segni Furo agl'industri ingegni. Angusti all'arte Eran questi contini. Ard taluno Delle negate piume Vestir le terga, e per le vie de' venti Sfidar gli augelli al volo. Un del sole Altri in concavo specchio Gli sparsi raggi, e le nemiche vele Incener da lunge. Altri allo sguardo, Con doppio vetro in breve canna accolto, Delle remote stelle La distanza scem. Pi oltre ancora Salito de' mortali L'onor saria, se non rapisse Amore Tutte a s le lor cure. Egli maestro Esercita, erudisce L'incauta giovent che in queste scuole I miglior anni amaramente spende, E a non saper con tanto studio apprende. Son le dottrine arcane Delle amorose scuole Saper con chi si vuole Tacendo favellar: Intendersi d'un guardo, Decider d'un sospiro, E nel comun deliro Con arte delirar.
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PALLADE: La vigilanza mia Dall'insidie d'Amor non assicura L'Areopago, il Liceo. V'entra il fallace Con le spoglie or di questa, Or di quella virt. Confusi i saggi Non conoscon se stessi. Altri prudenza, Altri chiama giustizia, altri pietade La propria debolezza. Empion le carte Di fole luminose; e il proprio inganno Propagano in altrui. Leggon gli sciocchi Che da un'anima bella Virt s'impara, o che figura un volto L'armonia delle sfere; Che un celeste potere Tutti sforza ad amar; che furon stelle, E che appresero, prima Di vestir mortal velo, L'anime amanti a vagheggiarsi in cielo. N ritrova contrasto Una scienza fallace, Per cui sembra virt l'error che piace. Onde mai sperar salute Se, velato in mille guise, D'una rigida virtute Tutti i pregi usurpa Amor? Reo d'un fallo  chi 'l commise; Contumace  chi 'l difende; Ma perverso  chi pretende Anche gloria dall'error.
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MARTE:  E noi di tanti oltraggi Non faremo vendetta?
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APOLLO: E soffrirassi Che tutti usurpi Amore Le vittime, gl'incensi Dovuti agli altri di?
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MERCURIO: Gelide e sole Son l'are nostre, abbandonati i templi.
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PALLADE: Di spoglie a noi rapite L'orgoglioso s'adorna. Invola a Marte La spada sanguinosa, Ad Apollo la cetra, A Diana la face, il tirso a Bacco, L'egida a me.
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MERCURIO: Di contrastare ardisce Il tridente a Nettuno; al re dell'ombre Il rugginoso scettro Della terra col nel centro oscuro: N de' fulmini suoi Giove  sicuro.
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CORO: Cada il tiranno Regno d'Amore, Regno d'inganno, Di crudelt. Scemo ogni core De' suoi martri L'aure respiri Di libert.
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MARTE e MERCURIO:  un falso nume Che d'ozio nasce, E che si pasce Di vanit. Scherzando accende, Si fa costume; Al fin si rende Necessit.

CORO: Cada il tiranno Regno d'Amore, Regno d'inganno, Di crudelt.
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PALLADEe APOLLO: Mai non produce Gioie perfette, Sempre promette Felicit. Grado non cura, Confonde insieme L'et matura. La verde et.
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CORO: Cada il tiranno Regno d'Amore, Regno d'inganno, Di crudelt.

VENERE: Giuste son l'ire vostre, Vindici numi, ed a ragion chiedete Riparo al comun danno. Il figlio mio Co' stolti suoi seguaci Voi per confondete. Egli sarebbe Ristoro alla fatica, Alimento alla pace, Stimolo alla virt, s'altri sapesse Saggio non abusar de' doni suoi: E se diventa poi Ministro di follie, cagion di pianti, Non  colpa d'Amor, ma degli amanti. Varcati col vento istesso Due navi il flutto infido: Una ritorna al lido, L'altra si perde in mar. Colpa non  del vento, Se varia i lor sentieri La varia de' nocchieri Arte di navigar.

MARTE:  Occasione o principio Sia delle colpe altrui, So che folle per lui Tutto il mondo si fa. Perisca Amore, E saggio ognun sar.
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VENERE: Miglior consiglio Io vi propongo, o di. No, non si opprima, Non si distrugga Amor: funesta al mondo La perdita saria. Sotto la cura Di rigido maestro il folle ingegno Impari a moderar. Fanciullo ancora. Potr cambiar costume, E di reo divenir placido nume.
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PALLADE: Chi v' mai che si vanti Di scemarne l'orgoglio?
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VENERE: Il Tempo. A lui Tu, che ne sei misura, o biondo dio, Conduci Amor: ne scemer gli eccessi L'accorto vecchio a poco a poco; e Amore, Dolcemente domato, Non sapr come, e si vedr cambiato.
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APOLLO: Questa de' folli amanti  la vana lusinga: ognun dal Tempo Soccorso attende, e si dilata intanto La fiamma insidiosa. Un lieve fiato Ieri estinta l'avria; maggior contrasto Oggi bisogna; alla ventura aurora  impossibile impresa. A poco a poco L'alma al mal s'accostuma; il reo costume Si converte in natura, E cieca al fin di risanar non cura. Alla prigione antica
Quell'augellin ritorna, Ancor che mano amica Gli abbia disciolto il pi. Per uso al semplicetto La libert dispiace, Quanto n'avea diletto Allor che la perd.
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VENERE: Dunque in cura allo Sdegno, Ch' tuo seguace, o bellicoso nume, Sia consegnato Amor. Farmaco  spesso L'uno all'altro velen.
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MARTE:  Sdegno ed Amore S'intendono fra lor. Bench nemici, L'un dell'altro non teme; Son diversi di genio, e vanno insieme. Non  ver che l'ira insegni A scordarsi un bel sembiante;
Son gli sdegni d'un amante Alimento dell'amor. Di sdegnarsi a tutti piace Perch poi si torna in pace, E si conta per diletto La mancanza del dolor.
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VENERE: Ma la Fatica almeno, Che tua compagna, o messaggier di Giove, Amor disarmer. Dell'Ozio  questa Implacabil nemica; e l'Ozio solo Porge l'armi ad Amore.
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MERCURIO:   Amore inganna Gli affaticati eroi con minor pena Che i molli suoi seguaci. Avvezzi questi Alle lusinghe sue, non facilmente Gli prestan f. Ma chi s'affanna e suda Sol fra cure penose, al primo invito Credulo s'abbandona. Una sol volta Che Briseida l'alletti, Onfale il miri, Gi fra l'armi omicide Vaneggia Achille e pargoleggia Alcide. Sembra gentile Nel verno un fiore Che in sen d'aprile Si disprezz. Fra l'ombre  bella L'istessa stella Che in faccia al sole Non si mir.
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VENERE: Di Ragione all'impero Sottopongasi Amore. Ella il raffreni. L'ammaestri, il riprenda e lo consigli Finch Amore ad Amor pi non somigli.
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PALLADE: Ei fanciul non intende Di Ragion la favella: e il buon sentiero Accennato da lei cieco non mira; Anzi, mentre delira Cos privo di luce, La condottiera a delirar conduce.
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VENERE: E pur fanciullo e cieco Facilmente dovrebbe Seguitare una scorta.
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PALLADE: Ah non  sempre Cieco e fanciullo; e quando men si crede, Egli assai pi d'ogni altro intende e vede. Parlagli d'un periglio, Avr la benda al ciglio: Una ragion gli chiedi, Fanciullo Amor sar. Ma se favelli seco D'un'ombra, d'un sospetto, Gi non sar pi cieco, Gi tutto intender.
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VENERE: E pur conviene, o numi, Una via rinvenir per cui s'affreni, Non si distrugga Amor. Senza di lui Che diverrian le sfere, Il mar, la terra? Alla sua chiara face Si coloran le stelle; ordine e lume Ei lor ministra; egli mantiene in pace Gli elementi discordi; unisce insieme Gli opposti eccessi; e con eterno giro, Che sembra caso ed  saper profondo, Forma, scompone e riproduce il mondo. Senza l'amabile Dio di Citera I d non tornano Di primavera, Non spira un zeffiro, Non spunta un fior. L'erbe sul margine Del fonte amico, Le piante vedove Sul colle aprico Per lui rivestono L'antico onor.
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MARTE:  Se tu stessa non trovi Chi raffrenar possa il tuo figlio, avrassi Indomito a soffrir?
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APOLLO: Tempo non teme.
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MARTE:  Sdegno non cura.
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MERCURIO: Alla Fatica insulta.
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PALLADE: Non intende Ragion.
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MARTE:  Ciascun di noi  offeso, e vuol vendetta.
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MERCURIO: Il mondo la sospira.
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PALLADE e APOLLO: Il Ciel l'aspetta.

CORO: Cada il tiranno Regno d'Amore, Regno d'inganno, Di crudelt. Scemo ogni core De' suoi martri L'aure respiri Di libert.
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MARTE e MERCURIO, PALLADE e APOLLO:  un falso nume Che d'odio nasce, E che si pasce Di vanit. 
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CORO: Cada il tiranno Regno d'Amore, Regno d'inganno, Di crudelt.
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MARTE e MERCURIO, PALLADE e APOLLO: Scherzando accende, Si fa costume; Al fin si rende Necessit.
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TUTTI: Cada il tiranno Regno d'Amore, Regno d'inganno, Di crudelt.
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(Nel tempo che si ripete il coro suddetto, si veggono a poco a poco gonfiare e sollevarsi l'onde del mare, le quali cadute, si scuopre in un carro composto di conchiglie e coralli, e tirato da cavalli marini, Proteo con seguito di Nereidi e Tritoni; i quali tutti si vedranno prima sorger dall'acque e poi avvicinarsi alla sponda.)
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PROTEO: Calmate il vostro sdegno, Offese deit. L'alme celesti Gi del Furor la face Abbastanza agit. Tornate in pace.
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APOLLO: Si spera in van.
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MARTE:   Di vendicarci  tempo.
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PALLADE: Lo chiede il nostro onore
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MERCURIO: Amor si trovi.
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PROTEO:  ritrovato Amore.
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VENERE: (Aim! Chi lo soccorre?)
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APOLLO: A lui ne guida
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VENERE: Ah no, ferma.
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MARTE:  T'affretta.
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VENERE: Non parlar.
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MERCURIO: Non tacer.
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VENERE: Piet!
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PALLADE: Vendetta!
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PROTEO: Inutile contesa. Amor non teme Gl'insulti altrui. Perseguitato, ei seppe Provvedersi d'asilo.
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APOLLO: E si ritrova Chi difenda costui?
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PROTEO: Voi stessi, o numi, Gli sarete fra poco E compagni ed amici.
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MARTE: A lui compagni, Che tanto ne disprezza?
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PALLADE: Amici a lui, D'ogni virt rubello, Nemico di Ragion?
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PROTEO: Non  pi quello. Moderato divenne, Cangi costume. Alle Virtudi unito Ei si fa saggio; e quelle Tra le faci d'Amor si fan pi belle.
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MERCURIO: In una schiera unite Come trovar potea Le disperse Virt?
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PROTEO: Tutte adunate Nella cuna d'Elisa ei le ha trovate. Questa  d'Amor l'asilo: Ivi corse a celarsi Per fuggir l'ire vostre. Or che il sapete, Lagnatevi d'Amor, di, se potete.

Non  pi d'Amor la face Alimento di tormento, Che dispiace, che prepara A un'amara servit: Pura fiamma in lei s'accende Che non arde, ma risplende; Che non copre, ma rischiara Il sentiero alla Virt.
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PALLADE: Pi d'oltraggi non parlo.
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MARTE:  Pi vendetta non curo.
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APOLLO: Io non m'adiro.
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MERCURIO: Io lo sdegno depongo.
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VENERE: Ed io respiro.
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PROTEO: Gi che il natal d'Elisa Tante risse compone,  giusto, o di, Che sia ne' d futuri Sempre celebre e sacro. A noi conviene Del festivo costume Istituir la pompa, acci l'esempio Al rinnovar dell'anno Prendan da questo d quei che verranno. le deit ed il coro Sempre, o felice giorno, Far con te ritorno Il giubilo d'ogni alma, La calma d'ogni cor. il coro solo. Il vaneggiar d'Amore Era funesto, ed era Della Virt severa Incomodo il rigor. le deit sole. Ma quando nacque Elisa, Divenne in nuova guisa E la Virtude amabile Ed innocente Amor.
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TUTTI: Sempre, o felice giorno, Far con te ritorno Il giubilo d'ogni alma. La calma d'ogni cor.
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Nel tempo che si canta il coro, balzano su la sponda dalle loro conche marine le Nereidi ed i Tritoni, che, intrecciando insieme un allegro ballo, danno compimento alla festa.
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FINE.